La dimensione mente-corpo nella psicoterapia contemporanea: riflessioni teoriche e cliniche (1)
Abstract
Negli ultimi decenni, l’evoluzione delle scienze psicologiche e neuroscientifiche ha portato a superare la tradizionale separazione cartesiana tra mente e corpo, promuovendo una visione integrata dei processi cognitivi, emotivi e sensomotori. Questo cambiamento ha influenzato profondamente la psicoterapia, favorendo modelli clinici sistemici e relazionali che valorizzano l’interazione dinamica tra processi top-down e bottom-up. In tale cornice, le psicoterapie corporee hanno acquisito nuova rilevanza, in particolare attraverso concetti come l’identità funzionale mente-corpo, il grounding, il respiro e la lettura delle tensioni muscolari come strumenti di regolazione emotiva. L’articolo illustra come la consapevolezza corporea rappresenti una risorsa clinica essenziale per l’autoregolazione e la trasformazione terapeutica. Un caso clinico esemplificativo mostra come un’esperienza corporea possa facilitare insight incarnati e cambiamenti comportamentali non ottenibili tramite la sola comprensione cognitiva. L’insieme delle riflessioni proposte evidenzia il potenziale delle esperienze corporee co-costruite nella relazione terapeutica nel favorire consapevolezza, flessibilità emotiva e processi di cambiamento profondi e duraturi.
(*) Giuseppe Carzedda
Introduzione
È ormai ampiamente riconosciuto, e possiamo affermare unanimemente condiviso, come il rinnovamento delle teorie psicologiche della conoscenza negli ultimi decenni abbia restituito centralità alla riflessione sul rapporto mente-corpo, mettendo in luce la necessità di superare le concezioni cartesiane secondo cui i diversi livelli di funzionamento dell’individuo potevano essere considerati separatamente (Damasio, 2003; Siegel, 2012).
Questa rinnovata attenzione è frutto dell’apporto di numerose discipline. Da un lato, l’adozione di modelli relazionali e intersoggettivi nello studio dello sviluppo psicologico ha fornito nuove chiavi di lettura delle dinamiche mentali (Stern, 1985; Schore, 2011). Dall’altro, i progressi delle neuroscienze hanno offerto un ampio ventaglio di evidenze, contribuendo in modo determinante alla comprensione dell’interazione tra mente e corpo (Rizzolatti & Sinigaglia, 2006; Gallese & Morelli, 2024).
Le ricerche empiriche hanno evidenziato la complessità dei sistemi coinvolti nel funzionamento individuale, una complessità fatta di interazioni dinamiche tra componenti cerebrali, cognitive, affettive ed emozionali, che si intrecciano in configurazioni fortemente interdipendenti (Schore, 2016). Questa visione teorica implica il superamento di ogni modello riduzionista e compartimentato, favorendo invece un approccio integrato tra i sistemi cognitivo, affettivo e sensomotorio, dove la regolazione fisiologica delle emozioni rappresenta un parametro essenziale (Ogden, Minton & Pain, 2006).
Anche sul piano metodologico, gli approcci psicoterapeutici sono stati spinti ad adattarsi a una prospettiva che riconosca la natura sistemica e interconnessa dei processi psicobiologici. Ciò ha significato abbandonare modelli lineari e unidirezionali in favore di strutture più olistiche e flessibili (Siegel, 2012), ampliando così il quadro interpretativo dei fenomeni psicologici e migliorando le strategie di intervento clinico.
Tali sviluppi hanno inciso profondamente anche sugli approcci afferenti alla psicoterapia corporea. Da un lato, hanno favorito una revisione dei modelli teorici; dall’altro, hanno restituito centralità a molti concetti fondanti di quest’area, riconoscendone una rinnovata validità. Tra questi l’originario concetto di identità funzionale mente-corpo si distingue ancora oggi per la sua portata teorica e clinica (Reich, 1933; Lowen, 1978, 1980, 1982, 1983, 1985, 1994; Totton, 2018): esso promuove ancora oggi una visione mente- corpo non gerarchica, intese invece queste come dimensioni sinergicamente organizzate in un sistema integrato. Questo approccio ha permesso nei decenni lo sviluppo di modalità terapeutiche non più esclusivamente centrate sulla parola, aprendosi a livelli di intervento che contemplassero anche, in diversa modalità e misura, la dimensione corporea.
Per chi, come chi scrive, ha una formazione originaria in psicoterapia corporea — nello specifico in analisi bioenergetica — il confronto con queste nuove prospettive ha determinato una revisione dei paradigmi epistemologici di riferimento e ha avuto un impatto concreto sulla prassi clinica. In particolare, l’adozione di una concezione della mente come entità relazionale e incarnata, coerente con quanto postulato dalle neuroscienze sociali (Siegel, 2012), ha modificato profondamente il modo di vivere e di stare nella relazione terapeutica.
Tra l’altro, in questo scenario, il dialogo tra modelli teorici e risultati clinici rappresenta anche un potente stimolo all’integrazione di approcci psicoterapeutici differenti, favorendo un processo finalizzato alla costruzione di interventi più sensibili alla complessità dei vissuti dei pazienti e maggiormente calibrati sulle specificità del processo terapeutico. In questa prospettiva, anche la supervisione clinica rivolta agli psicoterapeuti assume un ruolo cruciale, configurandosi come uno spazio riflessivo e trasformativo in cui il terapeuta può elaborare le risonanze corporee ed emotive attivate nella relazione, mantenendo coerenza con il proprio modello di riferimento ma adottando, nel contempo, una visione integrata e incarnata della mente (cfr. ad es. la rivista CorpoNarrante e il relativo sito in bibliografia).
Questa trasformazione può essere descritta, in termini semplici, come un passaggio da un lavoro “sul” paziente a un lavoro “con” il paziente: un approccio che favorisce un cambiamento emergente dall’interno, piuttosto che indotto dall’esterno.
In una simile cornice clinica, centrata sulla natura sistemica dell’esperienza, è imprescindibile considerare non solo i processi cognitivi top-down, ma anche quelli bottom-up, derivanti cioè dal corpo (Ogden et al., 2006; Schore, 2016). Questo orientamento impone alla psicoterapia contemporanea l’adozione di modelli di intervento che rispettino le reciproche interazioni tra livelli neurobiologici e psicologici, garantendo una comprensione più profonda e un intervento più efficace.
L’attenzione ai processi bottom-up è essenziale per cogliere i meccanismi di adattamento dell’individuo, poiché comporta una consapevolezza del proprio funzionamento interno come prerequisito per l’autoregolazione (Caldwell, 2018). In questo contesto, le emozioni assumono un ruolo centrale, poiché esse rappresentano risposte soggettive a stimoli esperienziali, fungendo da dispositivi informativi che modulano l’interazione tra individuo e ambiente (Damasio, 2003).
Di conseguenza, la regolazione emotiva si configura come un elemento cardine di ogni intervento terapeutico. Essa solleva interrogativi circa il bilanciamento tra il controllo cognitivo (top-down) delle emozioni e la valorizzazione delle informazioni corporee (bottom-up). Approcci che mirano alla soppressione delle emozioni rischiano di negare segnali corporei fondamentali, limitando la capacità di autoregolazione del soggetto (Rothschild, 2000).
In quest’ottica, la connessione tra corpo ed emozioni è cruciale. Come evidenziato da Damasio (op. cit.), le emozioni si manifestano nel in quello che si può definire il teatro del corpo, cioè attraverso segnali propriocettivi ed enterocettivi che informano, tramite retroazione, il sistema nervoso centrale sullo stato interno ed esterno dell’organismo. Tali segnali sono veri e propri dati esperienziali che contribuiscono alla costruzione del senso soggettivo della realtà, in linea con quanto affermato da Merleau-Ponty nella sua grande opera sulla fenomenologia della percezione (Merleau-Ponty, 2003).
Il corpo come risorsa clinica: appoggio, respiro e tensione muscolare nella pratica psicoterapeutica
La capacità di riconoscere e interpretare i segnali corporei rappresenta un elemento centrale nella regolazione emotiva (Ogden, Minton & Pain, 2006). Tuttavia, il naturale istinto a evitare emozioni spiacevoli come vergogna, paura, tristezza o angoscia può ostacolare l’emergere di strategie adattive. Evitare l’esperienza emotiva, infatti, non aiuta a sviluppare resilienza: è solo attraverso un riconoscimento consapevole dei propri vissuti che si costruisce un senso interno di competenza e stabilità (Siegel, 2012). Questa consapevolezza amplia le possibilità decisionali e favorisce risposte più flessibili e funzionali.
Le psicoterapie a mediazione corporea offrono strumenti concreti per sostenere questo processo. L’uso del linguaggio psicocorporeo consente di strutturare una lettura più articolata dell’esperienza, favorendo un’integrazione tra emozioni, corpo e cognizioni (Rothschild, 2000).
Questa sensibilizzazione al sentire mira a potenziare le risorse individuali nei momenti critici. Non si tratta solo di comprendere le emozioni, ma anche di apprendere come modularle, evitando che emozioni intense, come ad esempio la paura e la vergogna prendano il sopravvento. Tale apprendimento richiede tempo: l’ascolto dei segnali corporei coinvolge una rete complessa di interazioni tra processi neurofisiologici ed emotivi (Porges, 2014). Investire nella comprensione di questa complessità consente di sviluppare una regolazione emotiva più raffinata, capace di evitare semplificazioni riduttive e promuovere un approccio più adattivo.
Un aspetto cardine delle psicoterapie corporee è, come già in precedenza sottolineato, l’utilizzo di un approccio anche bottom-up, che invita a portare attenzione a elementi spesso trascurati per la loro apparente ordinarietà.
Tra questi, il concetto di appoggio riveste un ruolo fondamentale. Introdotto da Alexander Lowen negli anni ’50 all’interno dell’Analisi Bioenergetica con il termine grounding, l’appoggio descrive la percezione fisica di sentirsi sostenuti da una base solida e affidabile (Lowen, 1978). Il radicamento implica la connessione con il suolo, il sostegno delle gambe, la relazione con la verticalità e la gestione delle tensioni gravitazionali.
Questa nozione assume un valore sia funzionale che simbolico, tanto da essere presente in molte teorie psicologiche: dal concetto di “base sicura” nella Teoria dell’Attaccamento (Bowlby, 1972) all’“appoggio oggettuale” dell’approccio psicodinamico (Winnicott, 1974), solo per citare due contesti particolarmente significativi.
Anche il linguaggio comune riflette la centralità dell’appoggio nella vita quotidiana: espressioni come “avere i piedi per terra” o “reggersi sulle proprie gambe” indicano stabilità e determinazione, mentre altre come “sentirsi sospesi” o “avere la testa tra le nuvole” richiamano stati di insicurezza o disconnessione.
Questa interdipendenza tra percezione corporea e comportamento è evidente nel processo di regolazione emotiva. Quando manca la consapevolezza del corpo o del contatto con la realtà, si può osservare una perdita del senso di sé e una difficoltà a riconoscere e gestire le emozioni. È il caso, ad esempio, della disregolazione ansiosa, dove l’individuo sperimenta una perdita di appoggio fisico e psicologico: instabilità, sensazione di essere “nel pallone” o “con i piedi sollevati da terra” sono descrizioni emblematiche.
Un obiettivo importante, in una prospettiva anche di lavoro profondo di medio e lungo periodo, diventa fornire strumenti per rendere consapevoli dei segnali corporei che accompagnano, e spesso precedono, gli stati emotivi emergenti.
Tra questi, un primo campanello d’allarme è spesso l’attenuarsi del senso di appoggio. Come ha evidenziato nella sua opera Damasio è il corpo che ci segnala ciò che stiamo sentendo (Damasio, 2003). Il corpo, quindi, anticipa la coscienza dell’emozione, offrendo anche una via d’accesso privilegiata alla regolazione. Potremmo sintetizzare le sue argomentazioni dicendo che il corpo comunica, il cervello recepisce, la mente capisce.
Recuperare il radicamento consente di contrastare la tendenza a “rifugiarsi nella testa”, comportamento tanto comune quanto inefficace soprattutto nei momenti di sovraccarico emotivo. In questo senso, l’appoggio non è solo un segnale da decodificare, ma anche un mezzo attivo per regolare gli stati interni.
Accanto all’appoggio, il respiro rappresenta un altro canale fondamentale per accedere all’esperienza corporea. Non solo funzione vitale, il respiro può essere considerato un vero e proprio organo di senso: uno specchio fedele di ciò che accade dentro e fuori di noi (Kabat-Zinn, 1999). Ansia, rabbia, disagio e frustrazione si manifestano spesso attraverso un respiro superficiale, affannoso e toracico. Come l’appoggio, anche il respiro può segnalare in anticipo alterazioni emotive e aiutare a prevenirne escalation disfunzionali, così come aprire le porte all’esplorazione del proprio mondo interno.
Coltivare la consapevolezza del respiro aiuta a tornare nel momento presente, riequilibrando il predominio delle modalità cognitive top-down e aprendo all’ascolto delle esperienze bottom-up (Feldman Barrett, 2017). Il respiro diventa così uno strumento di centratura, che favorisce il contenimento emotivo in linea con le evidenze neuroscientifiche sul rapporto tra corpo ed emozione.
Altra importante dimensione psico-corporea è quella delle tensioni muscolari, che offrono segnali preziosi dell’attivazione emotiva. Spalle irrigidite, mandibole serrate o diaframma contratto possono raccontare molto su ciò che accade interiormente. Tuttavia, per un uso efficace di questi segnali, è necessario adottare una visione olistica: le diverse dimensioni corporee – respiro, postura, tono muscolare – vanno lette in modo integrato, poiché agiscono in sinergia (Keleman, 1987).
Ogni individuo manifesta le emozioni attraverso modalità corporee proprie. La psicoterapia, laddove attenta all’esperienza corporea nell’accezione qui promossa, non propone modelli rigidi, ma mira a facilitare un percorso di consapevolezza personale, in cui ogni paziente possa imparare a riconoscere i propri segnali corporei e usarli come risorse per la conoscenza profonda di sé , della propria auto gestione e autoregolazione.
Caso clinico – “Spingere contro un muro”: un’esperienza incarnata di consapevolezza e autoregolazione emotiva
Per descrivere ulteriormente, e anche operativamente, il potenziale trasformativo di esperienze incarnate nel contesto della relazione terapeutica e l’importanza della co-costruzione del significato all’interno del setting, mi servirò dello spezzone di un caso clinico riguardante un paziente in trattamento analitico-bioenergetico da alcuni mesi.
Egli giunse in psicoterapia a seguito di un intenso disagio psicofisico generato da un cambiamento lavorativo. Il fattore scatenante fu un intenso conflitto relazionale con un nuovo superiore, esperito come figura autoritaria e percepito dal paziente come una minaccia alla propria autostima.
Fin dalle prime sedute relative a questa fase, il paziente mostra una buona consapevolezza dei meccanismi implicati:
• riconosce la tendenza a provocare “sfide intellettuali” con il superiore, animate da un profondo bisogno di riconoscimento e affermazione;
• identifica questo pattern come ricorrente nella sua vita, in particolare nei rapporti con figure genitoriali investite di autorità;
• è consapevole dell’attivazione del proprio ego narcisistico, legata alla percezione del proprio valore e dell’immagine di sé.
Tuttavia, la comprensione cognitiva del problema non si traduce in una modifica del comportamento. Il paziente continua ad alimentare la dinamica competitiva, pur riferendo vissuti crescenti di sfinimento e impotenza, come testimoniato da affermazioni quali: “Mi sento sempre più esausto, anche fisicamente…”, “Una parte di me sente di non poter vincere questa sfida…”.
In questa fase, accanto all’elaborazione verbale, si è ritenuto utile proporre un intervento esperienziale orientato a favorire un’integrazione più profonda tra le dimensioni cognitive, emotive e corporee del vissuto.
L’intervento esperienziale
L’esperienza proposta consisteva in un semplice esercizio corporeo: il paziente, in posizione eretta, veniva invitato a poggiare entrambe le mani contro una parete e a “spingere contro il muro”, senza alcuna spiegazione anticipatoria del possibile significato dell’atto. Tale scelta metodologica risponde innanzitutto a un principio cardine del lavoro corporeo in ambito clinico: il significato autentico dell’esperienza emerge dall’esperienza stessa, non da interpretazioni aprioristiche. Inoltre, è fondamentale riconoscere quanto possa essere significativo per il paziente arrivare personalmente a una scoperta, sperimentando un insight: l’ansia anticipatoria e l’interventismo del terapeuta rischiano infatti di vanificare un potente strumento terapeutico, sottraendo al paziente il valore – e il piacere – della scoperta.
Nelle prime esecuzioni, il paziente verbalizza un forte disagio: “È una cosa stupida…”, “Mi sento ridicolo…”, “Sento un po’ di vergogna ….”.
Tuttavia, alla terza seduta in cui l’esperienza viene ripetuta, si verifica un significativo insight: “È proprio questo che sto facendo con il mio capo… voglio abbatterlo, anche se so già che non ho possibilità di riuscirci. È un meccanismo che conosco, anche se le altre volte non ero mai arrivato a questo punto…”.
E successivamente:
“Devo imparare ad accettare che per uscire dalle stanze bisogna trovare le porte, non abbattere le pareti…”.
In un incontro successivo, il paziente riferisce:
“L’impulso a entrare nel suo ufficio per dimostrargli che ho ragione continua a esserci. Ma ora sto imparando a fermarmi. Mi aiuta la sensazione che porto dentro, quella che provo quando spingo contro un muro: so che mi sfinisco inutilmente. Se interrompo quella sfida, mi si aprono nuovi scenari per affermarmi in altri modi”.
Considerazioni cliniche
Questo passaggio riflette l’avvio di un processo di autoregolazione emotiva, che rappresentava uno degli obiettivi principali del trattamento in questa fase. L’esperienza corporea ha consentito al paziente di entrare in contatto, su un piano non puramente cognitivo, con la natura disfunzionale del proprio agito. Il corpo è divenuto veicolo di consapevolezza trasformativa, rendendo possibile una rielaborazione incarnata del vissuto.
È fondamentale sottolineare che tale esperienza non deve essere intesa come una tecnica standardizzabile, né come un intervento replicabile meccanicamente. La sua efficacia è strettamente connessa al contesto relazionale e alla specificità della diade terapeutica. In questo senso, essa si configura come un atto terapeutico situato, il cui esito dipende dalla qualità del campo implicito co-costruito nella relazione.
Dal punto di vista fenomenologico, l’esperienza di “spingere contro un muro” ha operato a livello isomorfico rispetto alla dinamica intrapsichica vissuta dal paziente: l’azione reiterata, intensa e infruttuosa contro un ostacolo immobile è divenuta rappresentazione concreta del conflitto reale con il superiore. Questo ha permesso l’emergere di una coscienza corporea del limite, aprendo uno spazio interno per la scelta e l’autoregolazione.
Considerazioni conclusive
In conclusione, anche attraverso questo spezzone di caso clinico, si è voluto evidenziare il potenziale trasformativo delle esperienze corporee integrate nella pratica psicoterapeutica, quando inserite in un quadro relazionale fondato sull’ascolto, la reciprocità e la co-costruzione del significato. Esse possono favorire, in modo non direttivo e profondamente rispettoso del processo soggettivo, l’espansione della consapevolezza e il cambiamento.
Ciò a conferma di come il solo insight intellettuale, se non integrato a livello corporeo ed emotivo, possa risultare non sufficiente nel produrre cambiamenti significativi.
In questo senso, la psicoterapia, attraverso la creazione di uno spazio relazionale condiviso, può generare una espansione della coscienza allorchè il vissuto si fa anche corporeo, e non rimane solo pensato.
________________________________________
Bibliografia
- Bowlby, J. (1976). Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Torino: Boringhieri. (Titolo originale: Attachment and Loss, Vol. 1: Attachment [1969])
- Caldwell, C. (2020). Esperienze somatiche per la presenza e l’autoregolazione. Roma: Astrolabio Ubaldini. (Titolo originale: Bodyfulness: Somatic Practices for Presence, Empowerment, and Waking Up in This Life [2018])
- – Rivista online di psico-biodinamica. Disponibile su www.psybiodinamica.com
- Damasio, A. (2003). Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello umano. Milano: Adelphi. (Titolo originale: Looking for Spinoza: Joy, Sorrow, and the Feeling Brain [2003])
- Feldman Barrett, L. (2019). Come nascono le emozioni. Giunti Editore. (Titolo originale: How Emotions Are Made: The Secret Life of the Brain [2017])
- Gallese, V., & Morelli, U. (2024). Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente. Milano: Raffaello Cortina.
- Kabat-Zinn, J. (2005). Vivere momento per momento. Milano: Corbaccio. (Titolo originale: Full Catastrophe Living [1990])
- Keleman, S. (1992). Anatomia emozionale. Roma: Astrolabio. (Titolo originale: Emotional Anatomy: The Structure of Experience [1985])
- Lowen, A. (1978). Il linguaggio del corpo. Milano: Feltrinelli. (Titolo originale: The Language of the Body [1958])
- Lowen, A. (1980). La depressione e il corpo. Roma: Astrolabio. (Titolo originale: Depression and the Body [1972])
- Lowen, A. (1982). Il tradimento del corpo. Roma: Edizioni Mediterranee. (Titolo originale: The Betrayal of the Body [1967])
- Lowen, A. (1983). Bioenergetica. Milano: Feltrinelli. (Titolo originale: Bioenergetics [1975])
- Lowen, A. (1985). Il narcisismo. L’identità rinnegata. Milano: Feltrinelli. (Titolo originale: Narcissism: Denial of the True Self [1983])
- Lowen, A. (1994). Arrendersi al corpo. Il processo dell’analisi bioenergetica. Roma: Astrolabio. (Titolo originale: The Way to Vibrant Health [1977])
- Merleau-Ponty, M. (2003). Fenomenologia della percezione. Milano: Bompiani. (Titolo originale: Phénoménologie de la perception [1945])
- Ogden, P., Minton, K., & Pain, C. (2015). Il trauma e il corpo. Un approccio sensomotorio alla psicoterapia. Milano: Raffaello Cortina. (Titolo originale: Trauma and the Body [2006])
- Porges, S. W. (2014). La teoria polivagale. Milano: Giovanni Fioriti Editore. (Titolo originale: The Polyvagal Theory [2011])
- Reich, W. (1933). Analisi del carattere (trad. it., Sugarco Edizioni, Milano, 1973)
- Rizzolatti, G., & Sinigaglia, C. (2005). So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano: Raffaello Cortina.
- Rothschild, B. (2000). Il corpo ricorda. La psicofisiologia del trauma e il trattamento dei traumi. Roma: Giovanni Fioriti Editore. (Titolo originale: The Body Remembers [2000])
- Schore, A. N. (2008). La regolazione affettiva e la riparazione del Sé. Astrolabio Ubaldini. (Titolo originale: Affect Regulation and the Repair of the Self [2003])
- Schore, A. N. (2011). Trauma relazionale e sviluppo dell’emisfero destro. In T. Baradon (a cura di), Il trauma della nascita (pp. 85–114). Milano: Raffaello Cortina. (Titolo originale: Relational Trauma and the Development of the Right Brain [ca. 2009])
- Siegel, D. J. (2012). La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Milano: Raffaello Cortina. (Titolo originale: The Developing Mind [1999])
- Siegel, D. J. (2013). Il terapeuta consapevole. Milano: Raffaello Cortina. (Titolo originale: The Mindful Therapist [2010])
- Stern, D. N. (1985). Il mondo interpersonale del bambino. Torino: Bollati Boringhieri. (Titolo originale: The Interpersonal World of the Infant [1985])
- Stolorow, R. D., Atwood, G. E., & Orange, D. M. (2006). I mondi dell’esperienza. Dimensioni filosofiche e cliniche della psicoanalisi. Milano: Raffaello Cortina. (Titolo originale: Worlds of Experience [2002])
- Totton, N. (2018). Psicoterapia corporea per il XXI secolo. Milano: Apogeo. (Titolo originale: Body Psychotherapy for the 21st Century [2015])
- Winnicott, D. W. (1974). Processi di maturazione e ambiente facilitante. Roma: Armando Editore. (Titolo originale: Maturational Processes and the Facilitating Environment [1965])
(*) Psicologo, psicoterapeuta
(1) Pubblicato nel volume:
Fenelli A., Pisciotta F., Volpi C. (2025) – Il corpo e la terapia cognitiva. 1995-2025 – 30 anni . Napoli: Luigi Guerriero Editore



