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La “Porta del Tempio” e la vulvodinia: un approccio biodinamico al dolore femminile

La “Porta del Tempio” e la vulvodinia: un approccio biodinamico al dolore femminile

Abstract

La vulvodinia è una condizione dolorosa e invalidante che colpisce profondamente la sfera corporea, relazionale e identitaria delle donne. Spesso sottodiagnosticata, ridotta a un disturbo funzionale o banalizzata nella sua componente soggettiva, essa rappresenta invece un potente luogo clinico e simbolico per esplorare la complessità dellesperienza femminile.

In questo articolo, attraverso il modello di lettura biodinamico, che si muove sul continuum penso/sento, si analizzano le radici psicosomatiche del dolore pelvico cronico, intrecciando teoria, casi clinici, neuroscienze affettive e psicoterapia corporea. Il corpo della donna, in particolare il perineo – la porta del tempio” – diventa il luogo in cui si iscrivono memorie traumatiche, esperienze relazionali irrisolte e vissuti di vergogna e invisibilità.

L’articolo propone un percorso di lettura integrato in cui la sofferenza non è soltanto sintomo da eliminare, ma segnale di un processo profondo che può aprire alla trasformazione. Lapproccio biodinamico valorizza lascolto del corpo, la regolazione affettiva e il riconoscimento simbolico come strumenti clinici fondamentali per restituire senso e agency alla paziente. Il dolore, accolto con rispetto e profondità, può diventare la soglia attraverso cui attraversare la frammentazione e riconnettersi al proprio sé corporeo e relazionale.


(*) Violante Veronesi, Sabrina Cochi

Introduzione

Il termine vulvodinia”, dal greco vulvo (vulva) e dinia (dolore), indica una condizione di dolore cronico e persistente nella regione vulvare, spesso privo di cause visibili o facilmente identificabili. Nonostante colpisca circa una donna su sette, rimane ancora oggi una patologia sotto-diagnosticata, invisibile agli occhi della medicina tradizionale e spesso banalizzata nella sua componente soggettiva.

Nel modello biodinamico, che integra il sentire corporeo e il pensiero riflessivo, la vulvodinia non è solo un sintomo da trattare ma una porta daccesso a contenuti profondi, affettivi e relazionali, che abitano il corpo. Attraverso la lente del continuum penso/sento, questo articolo esplorerà le radici emotive e somatiche del dolore pelvico cronico, offrendo un contributo clinico, teorico e psicocorporeo alla sua comprensione e al suo trattamento.

Come sottolinea Porges (2011), il sistema nervoso autonomo registra il pericolo anche in assenza di minacce visibili: la vulvodinia può quindi essere letta come unespressione somatica di un sistema che si percepisce in pericolo cronico.

Il Perineo: la Porta del Tempio

L’antica metafora greca del Peri-Naos, ovvero porta del tempio”, è una chiave evocativa potente per comprendere il significato simbolico del perineo. Questa zona del corpo femminile segna il confine tra interno ed esterno, tra intimità e esposizione, tra identità corporea e relazione. Quando la porta del tempio è abitata dal dolore, ogni funzione connessa alla femminilità – sessualità, minzione, parto diventa unesperienza disturbante, persino traumatica.

Nel caso di Piera (nome di fantasia), il dolore è iniziato dopo un intervento chirurgico e si è trasformato in una vulvodinia invalidante. Il bruciore cronico alla vulva ha generato un senso di alienazione dal proprio corpo, vissuto come un nemico. La diagnosi è arrivata tardi, dopo anni di peregrinazioni, e solo grazie a un percorso integrato ha potuto iniziare a recuperare un senso di padronanza del sé corporeo. Il caso di Piera rappresenta emblematicamente quella frattura profonda tra vissuto e riconoscimento che spesso accompagna la vulvodinia.

Come afferma Laplanche (1987), la zona erogena è anche una zona di senso, luogo di proiezione di significati inconsci e relazionali. Il dolore in questa zona rivela spesso una storia emotiva non ascoltata.

Il dolore come circuito psicosomatico

A differenza della lettura riduzionista che in passato relegava la vulvodinia a un disturbo psicologico, oggi è sempre più chiaro che si tratta di una condizione multifattoriale (Gunter, 2016). Un ruolo centrale è giocato dal circolo vizioso tra infiammazione locale e ipertono muscolare del pavimento pelvico. La contrazione involontaria e cronica di questi muscoli riduce lossigenazione, crea trigger point dolorosi e amplifica la percezione del dolore.

Nel modello dellAnalisi Bioenergetica, già Lowen (1975) parlava di “corazze muscolari” e blocchi energetici come espressione di conflitti psicoemotivi non elaborati. Il bacino è sede simbolica del piacere, della creatività e della vitalità. Quando questa zona è irrigidita, chiusa, contratta, non è solo il corpo a soffrire, ma anche lidentità affettiva, erotica e relazionale della persona.

Secondo Reich (1949), il blocco pelvico è strettamente connesso alla capacità di abbandono e piacere. Le tensioni croniche qui localizzate possono essere espressione di conflitti profondi legati alla sessualità e alla relazione oggettuale primaria.

Il dolore del corpo e il linguaggio dell’anima

La vulvodinia non è solo una condizione medica, ma una ferita dellidentità. Il dolore persistente, invisibile e difficilmente comunicabile mina la fiducia nella relazione con laltro e nella percezione di sé. Studi recenti (Arnold et al., 2006; Goldstein et al., 2011) mostrano una correlazione significativa tra dolore pelvico cronico e disturbi dellumore come ansia, depressione e dissociazione. Ma oltre alla comorbidità psichiatrica, la vulvodinia mette in crisi la dimensione simbolica e affettiva dellessere donna.

Il corpo, quando non ascoltato, grida. E nel caso della vulvodinia, il grido è spesso silenziato dalla vergogna, dalla colpevolizzazione o dalla banalizzazione. La porta del tempio diventa allora un luogo sacro violato, che chiede di essere riconosciuto non solo come sede di dolore, ma anche come punto daccesso alla trasformazione.

Nella prospettiva psicodinamica (McDougall, 1989), il corpo sofferente è spesso lunico canale attraverso cui linconscio può esprimere un conflitto che non ha ancora trovato parole.

Trauma e corpo: la memoria silente che brucia

Il trauma è rimesso in atto sul campo di battaglia del suo corpo, senza una connessione consapevole tra ciò che è accaduto allora e ciò che sente dentro di sé. Quando le memorie traumatiche diventano dominanti, non si può essere nel presente: ci si dirige verso i luoghi in cui ciò è possibile, anche se questi luoghi sono pieni di infelicità. Rivivere il trauma può essere unesperienza drammatica, spaventosa e, talvolta, autodistruttiva.

Nel caso di Piera, il corpo ha portato avanti, in silenzio, una battaglia durata anni. Il dolore pelvico cronico ha funzionato come un detonatore invisibile di memorie traumatiche sedimentate, che trovavano nel corpo lunico luogo possibile di espressione.

Solo lintegrazione di tecniche corporee, contenimento psicologico e riconoscimento affettivo ha consentito un processo trasformativo, restituendo a Piera la possibilità di potersi radicare pienamente e in modo sicuro nel presente (Van der Kolk, 2015). La vulvodinia, da esperienza traumatica, è divenuta una porta daccesso a una nuova relazione con il proprio corpo e con la propria storia.

In linea con Siegel (2012), è l’integrazione tra sensazioni corporee, affetti e pensiero riflessivo a permettere la coerenza interna e la trasformazione. La regolazione neurofisiologica e non solo cognitiva — è il cuore della guarigione. Il corpo non dimentica, ma può essere accompagnato a raccontare una storia diversa, dove dolore e significato si possano incontrare.

Il modello biodinamico, nel muoversi tra penso e sento, consente di abitare questo spazio intermedio in cui la memoria traumatica non è solo analizzata, ma sentita, riconosciuta e trasformata. Quando il corpo viene ascoltato senza giudizio, il trauma smette di essere un destino, e torna a essere un passaggio.

La prospettiva biodinamica: dal sintomo alla narrazione del sé

Nel lavoro clinico, lapproccio biodinamico invita a sospendere il giudizio e ad ascoltare il corpo come portatore di senso. La vulvodinia, in questa prospettiva, è il segnale di una frattura tra sentire e pensare, tra espressione corporea ed esperienza emotiva. Il lavoro sul respiro, sulla presenza e sulla consapevolezza del bacino consente di sciogliere tensioni somatiche croniche e di accedere a memorie corporee rimaste silenti.

Attraverso pratiche come il grounding, lesplorazione del contatto, la verbalizzazione guidata delle sensazioni e la ri-narrazione della propria storia, è possibile ristabilire un ponte tra il dolore e il significato. Il corpo torna a essere uno spazio abitabile e non solo un contenitore di sofferenza.

Come suggerisce Ogden (2006), la narrazione corporea precede la verbalizzazione: lavorare sulla memoria implicita attraverso il corpo è spesso la chiave per sciogliere il sintomo.

Lavoro psicocorporeo: vie di integrazione

Nel caso clinico di Piera, accanto alla riabilitazione del pavimento pelvico e agli esercizi bioenergetici, si è rivelato centrale il lavoro psicocorporeo biodinamico. Laccompagnamento verbale e somatico ha permesso di riconoscere nel dolore una voce, una memoria, una richiesta di ascolto profondo. La pandemia da Covid-19 ha amplificato in lei vissuti di morte e paura che hanno trovato eco nel corpo, generando sintomi di ritiro e astenia.

Solo lintegrazione tra tecniche corporee, contenimento psicologico e riconoscimento affettivo ha consentito un processo trasformativo. La vulvodinia, da esperienza traumatica, è divenuta una porta daccesso a una nuova relazione con il proprio corpo e con la propria storia.

In linea con Siegel (2012), il processo di co-regolazione affettiva tra terapeuta e paziente permette al sistema nervoso di riorganizzarsi, creando nuove mappe corporee di sicurezza.

Un corpo da onorare: oltre la diagnosi

Come sottolinea lInternational Association for the Study of Pain (IASP, 2020), il dolore è sempre unesperienza soggettiva, che va ascoltata e mai ridicolizzata. Ma nel contesto della vulvodinia è fondamentale andare oltre la diagnosi e restituire valore al corpo come luogo simbolico, relazionale e trasformativo.

L’approccio biodinamico non si limita a “curare” il dolore, ma lo riconosce come messaggio, come elemento narrativo, come ponte tra il visibile e linvisibile. Il bacino, da zona traumatizzata, può tornare a essere spazio di radicamento, di piacere e di vitalità.

Conclusioni

La vulvodinia, nel suo silenzio doloroso, ci interroga su come ascoltiamo il corpo, su come accogliamo il dolore e su quanto spazio lasciamo alla soggettività delle esperienze femminili. La porta del tempio è chiusa, brucia, si difende, ma chiede anche di essere varcata con rispetto, con ascolto e con consapevolezza.

In questo senso, il modello biodinamico rappresenta non solo un approccio terapeutico, ma una filosofia dellincontro: tra terapeuta e paziente, tra corpo e parola, tra trauma e trasformazione. Il dolore non è mai solo un sintomo, ma una soglia. E ogni soglia, se attraversata con rispetto, può diventare inizio di una rinascita.

Domande e Risposte (Q&A)

1. La vulvodinia è solo un problema fisico?
No. Pur essendo una condizione con basi fisiopatologiche chiare (infiammazione, ipertono muscolare, trigger point), la vulvodinia coinvolge profondamente anche la sfera emotiva e relazionale. Il dolore può essere letto anche come unespressione somatica di conflitti affettivi non elaborati, un linguaggio corporeo che chiede ascolto.

2. Come può il modello biodinamico aiutare nella comprensione della vulvodinia?
Il modello biodinamico propone una lettura integrata dellesperienza soggettiva, in cui corpo e psiche non sono separati. Esplorare il significato del dolore attraverso il continuum penso/sento permette di cogliere connessioni profonde tra tensioni corporee, emozioni represse e storia personale. La domanda non è solo che cosa fa male, ma anche cosa chiede questo dolore?”.

3. Che ruolo ha il pavimento pelvico nella lettura psico-corporea del dolore?
Il pavimento pelvico è una zona del corpo altamente sensibile e simbolica, connessa alla sessualità, alla sicurezza, al radicamento. Uniperattivazione difensiva di questa zona può riflettere una storia di contrazione emotiva, di chiusura relazionale o di esperienze traumatiche sedimentate nel corpo.

4. Perché è così difficile diagnosticare la vulvodinia?
La difficoltà risiede sia nella mancanza di formazione specifica del personale sanitario, sia nel tabù culturale legato alla sessualità femminile. Inoltre, la natura invisibile del dolore rende difficile validare lesperienza soggettiva della donna. Il rischio è che il sintomo venga psicologizzato o sminuito, anziché accolto come segnale complesso.

5. Cosa può fare una persona che soffre di vulvodinia per iniziare un percorso di consapevolezza?
Oltre ai trattamenti medici e fisioterapici, può essere utile intraprendere un percorso che includa la dimensione narrativa e psico-corporea dellesperienza. Lascolto delle sensazioni, il lavoro sulla presenza e la messa in parola del vissuto corporeo permettono una riconnessione profonda con sé stesse. Il dolore può così diventare un portale di trasformazione e non solo una condanna.

🔹 Caso clinico 1 Il corpo che trattiene: Serena e il controllo

Serena, 34 anni, arriva con una diagnosi recente di vulvodinia, dopo anni di dolori durante i rapporti sessuali, spesso descritti come un bruciore che arriva a tradimento. Persona molto controllata, con uno stile di vita performante e iper-razionalizzato, Serena ha una storia di inibizione emotiva: Non ho mai pianto in pubblico. Mai.

Durante il lavoro clinico, emerge una forte tensione nella zona pelvica, una sensazione di serratura chiusapercepita anche a livello posturale. Con il tempo, affiora un vissuto di vergogna legato a esperienze adolescenziali di umiliazione corporea e a uneducazione repressiva sulla sessualità.

Nel lavoro psico-corporeo, la respirazione toracica si fa via via più fluida, il diaframma si sblocca, e la percezione della zona pelvica si amplia. Solo allora Serena inizia a raccontare, con le lacrime, la sensazione di non aver mai avuto uno spazio sicuroper abitare il proprio corpo.

Lettura biodinamica: il dolore rappresentava una forma di difesa somatica contro lintimità, un modo di tenere fuori laltro e al tempo stesso un grido per essere riconosciuta nel proprio bisogno di contatto profondo.

🔹 Caso clinico 2 Il fantasma del trauma: Giulia e il corpo muto

Giulia, 29 anni, soffre di vulvodinia da cinque anni. La diagnosi è arrivata tardi e con grande fatica, in un percorso segnato da invalidazioni e da tentativi terapeutici falliti. Nel suo racconto clinico emergono tensione mandibolare, insonnia, e una sensazione di pericolo costantelocalizzata nel basso ventre.

Nel colloquio, inizialmente il corpo di Giulia è poco accessibile: postura rigida, respiro alto, tono della voce affaticato. Progressivamente, inizia a emergere una memoria non completamente elaborata di un abuso subito in adolescenza da parte di un conoscente. Il racconto è frammentato, ma presente a livello corporeo: Sento dolore anche se non ci penso”.

Nel lavoro sul grounding e nella visualizzazione guidata delle zone sicure del corpo, Giulia riesce per la prima volta a starenel bacino senza collassare. A piccoli passi, reintegra la sensazione di avere un confine, una pelle. Inizia a sentirsi meno invasa”.

Lettura biodinamica: il corpo ha trattenuto la memoria del trauma come difesa e come messaggio. Il dolore non era solo un sintomo, ma un sistema di allerta per un evento rimasto implicito e dissociato, che ha trovato nel corpo il suo luogo di testimonianza.

🔹 Caso clinico 3 L’intimità negata: Laura e il rapporto coniugale

Laura, 42 anni, è sposata da 15 anni e madre di due figli. La vulvodinia è insorta da circa un anno dopo una fase di forte stress lavorativo e relazionale. Descrive un senso di ottundimentonella zona pelvica e un rifiuto totale della sessualità: Non provo più niente. È come se la parte bassa del corpo fosse scomparsa”.

Durante i colloqui emerge una relazione coniugale fondata su compiti e doveri, con poco spazio per il desiderio o il piacere. Laura ha una storia personale di invisibilità affettiva e racconta di non essere mai stata toccata con tenerezza. In seduta, il corpo reagisce con micro-movimenti involontari quando si parla di contatto e sensualità.

Attraverso esercizi dolci di percezione corporea, visualizzazioni del bacino come vaso contenitoree lascolto delle emozioni che emergono nel silenzio, Laura inizia a esplorare la rabbia, il senso di colpa e la frustrazione legati al proprio ruolo di donna. Il dolore gradualmente si attenua e lascia spazio a una nuova curiosità per sé.

Lettura biodinamica: la vulvodinia era espressione di una femminilità non vissuta, di un desiderio silenziato. Il corpo parlava di unidentità congelata, che aveva bisogno di spazio, di ascolto e di restituzione simbolica.

Bibliografia integrata

  • Arnold, L.D., et al. (2006). Vulvodynia: Characteristics and associations with comorbidities and quality of life. AJOG.

  • Gunter, J. (2016). The Vagina Bible. Kensington.

  • Goldstein, A.T., et al. (2011). Vulvodynia: Assessment and Treatment. Journal of Sexual Medicine.

  • IASP (2020). Revised Definition of Pain.

  • Laplanche, J. (1987). La rivoluzione copernicana incompiuta. Borla.

  • Lowen, A. (1975). Bioenergetics. Penguin.

  • McDougall, J. (1989). Theaters of the Body. Norton.

  • Ogden, P., Minton, K., Pain, C. (2006). Trauma and the Body. Norton.

  • Porges, S. (2011). The Polyvagal Theory. Norton.

  • Reich, W. (1949). Character Analysis. Farrar, Straus & Giroux.

  • Scardina, G.A. (2008). The microanatomy of the perineal region: The gate to the temple. Clinical Anatomy.

  • Siegel, D. (2012). The Developing Mind. Guilford Press.

  • Van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nellelaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore.

(*) Psicologhe, psicoterapeute