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Il continuum penso/sento nella relazione terapeutica: una prospettiva biodinamica tra psicodinamica, corpo e relazione

Il continuum penso/sento nella relazione terapeutica: una prospettiva biodinamica tra psicodinamica, corpo e relazione

Abstract

La psicoterapia contemporanea si trova spesso a confrontarsi con una domanda fondamentale: che cosa accade realmente nella relazione terapeutica?
Per lungo tempo il lavoro clinico è stato concepito prevalentemente come un processo di interpretazione e comprensione simbolica, centrato sulla parola, sulla narrazione e sulla ricostruzione dei significati inconsci. Questa prospettiva, radicata nella tradizione psicoanalitica, ha fornito strumenti preziosi per comprendere i conflitti psichici e le dinamiche relazionali profonde, ponendo l’accento soprattutto sulla possibilità di rendere pensabili e rappresentabili contenuti psichici potenzialmente rimossi.
Tuttavia nel tempo l’esperienza clinica ha mostrato come una parte significativa di ciò che accade nell’incontro terapeutico, sfugga alla dimensione puramente verbale. Oggi sappiamo che molti aspetti dell’interazione tra paziente e terapeuta si sviluppano ad un livello pre-verbale, implicito e corporeo: posture, micro-movimenti, ritmo del respiro, variazioni del tono della voce, tensioni muscolari, modalità di presenza nello spazio relazionale.
Questi elementi non costituiscono semplici accompagnamenti del discorso, ma partecipano attivamente alla costruzione della relazione e alla comunicazione ed espressione degli stati emotivi interni e sono parte integrante del processo trasformativo. Daniel Stern ha sottolineato come gran parte dell’esperienza relazionale non venga organizzata sotto forma di narrazione esplicita, ma appartenga a una dimensione implicita della conoscenza dicendo: “gran parte della nostra conoscenza su come stare con gli altri è una conoscenza relazionale implicita.” (Stern, 2004) Questa forma di conoscenza si sviluppa attraverso l’esperienza diretta delle relazioni e si esprime
soprattutto attraverso modalità sensomotorie, affettive e corporee.
Il modello di supervisione biodinamico nasce dall’esigenza di integrare questi livelli dell’esperienza, mettendo in dialogo la tradizione psicodinamica e la prospettiva della psicoterapia corporea. La relazione terapeutica viene osservata non solo come uno spazio di elaborazione simbolica, ma anche come un campo relazionale dinamico in cui pensiero, emozione, corporeità partecipano congiuntamente alla costruzione dell’esperienza clinica.


(*) Violante Veronesi

La separazione storica tra mente e corpo

Per comprendere il valore di questa integrazione è utile ricordare che la separazione tra mente e corpo ha una lunga storia nella cultura occidentale.
La tradizione cartesiana ha introdotto una distinzione radicale tra res cogitans, la sostanza pensante, e res extensa, la dimensione materiale del corpo. Questa concezione dualistica ha influenzato profondamente lo sviluppo della medicina e delle scienze psicologiche, contribuendo a una visione dell’essere umano in cui i processi mentali e quelli corporei venivano trattati e ancora oggi vengono trattati come ambiti distinti e scissi.
Anche nella psicoanalisi classica, nonostante Freud avesse una formazione neurologica e fosse inizialmente interessato ai fondamenti biologici della vita psichica, il focus si è progressivamente spostato verso i processi mentali, rappresentazionali e simbolici. La clinica psicoanalitica si è concentrata principalmente sull’interpretazione dei contenuti inconsci e sulle dinamiche intrapsichiche espresse attraverso il linguaggio, concentrandosi su aspetti prevalentemente cognitivi ed escludendo i processi corporei.
Fino a quando all’interno della stessa tradizione psicoanalitica, hanno iniziato ad interrogarsi sul ruolo dell’esperienza corporea nella formazione della vita psichica.
Tra gli altri, possiamo ricordare Sándor Ferenczi, che esplorò il rapporto tra trauma, esperienza corporea e relazione terapeutica, sottolineando come molte esperienze traumatiche si inscrivano nel corpo prima ancora di poter essere pensate o simbolizzate.
Wilhelm Reich sviluppò ulteriormente questa prospettiva studiando il legame tra difese psicologiche e tensioni muscolari croniche, introducendo il concetto di corazza caratteriale per descrivere l’organizzazione corporea delle difese psichiche.
A partire dal lavoro di Reich e dalle intuizioni freudiane, Alexander Lowen sviluppò il modello dell’Analisi Bioenergetica, che integra esplicitamente dimensione psichica e dimensione corporea, ponendo il corpo al centro dell’esperienza emotiva e della struttura del carattere, in modo particolarmente innovativo.
Parallelamente, Donald Winnicott mise al centro del proprio pensiero il processo di integrazione psicosomatica nello sviluppo del Sé, evidenziando come l’esperienza di continuità tra mente e corpo sia il risultato di un processo relazionale che si sviluppa nelle prime interazioni tra il bambino e l’ambiente di cura.
Negli ultimi decenni le Neuroscienze, la ricerca sullo sviluppo infantile e in ambito psicoterapico, hanno progressivamente confermato queste intuizioni, mostrando come la vita psichica sia profondamente radicata nei processi corporei e relazionali. Gli studi sulla regolazione affettiva, sulla memoria implicita e sulla comunicazione non verbale hanno evidenziato come, gran parte dell’esperienza emotiva si organizzi inizialmente attraverso sistemi sensomotori e interazioni corporee, prima ancora di essere rappresentata a livello simbolico e verbale.
In questa prospettiva, il corpo non appare più come un semplice supporto biologico della mente, ma come una dimensione costitutiva dell’esperienza psichica e relazionale.

Pensare e sentire: due vie della conoscenza clinica

Nel lavoro terapeutico operano costantemente due modalità fondamentali di conoscenza.
Da un lato troviamo il pensiero clinico, che organizza l’esperienza attraverso concetti, ipotesi interpretative e modelli teorici. È la dimensione riflessiva del lavoro terapeutico, quella che permette al terapeuta di formulare comprensioni, costruire collegamenti e dare significato ai processi psichici che emergono nella relazione.
Dall’altro lato troviamo la percezione sensoriale ed emotiva, che emerge attraverso il corpo e la relazione. Questa dimensione riguarda la capacità del terapeuta di percepire ciò che accade nel campo relazionale a un livello più immediato e spesso pre-riflessivo.
Queste due dimensioni, all’interno della relazione terapeutica, non sono separate, ma costituiscono un continuum dinamico, che possiamo descrivere come il movimento tra penso e sento. Il terapeuta, mentre ascolta il racconto del paziente, non sta soltanto comprendendo cognitivamente ciò che viene detto. Sta anche registrando, spesso in modo implicito:
• cambiamenti nel proprio stato corporeo
• variazioni emotive sottili
• sensazioni di tensione o rilassamento
• impulsi relazionali che emergono nell’incontro.

Questi fenomeni non rappresentano semplicemente reazioni soggettive del terapeuta, ma sono parte del campo relazionale terapeutico, cioè di quello spazio interattivo ed intersoggettivo, in cui si incontrano l’esperienza del paziente e quella del terapeuta, che la psicoterapia contemporanea ha progressivamente sempre più riconosciuto come parte dell’esperienza analitica.
Ogden ha descritto la relazione terapeutica, come un processo che prende forma in un campo condiviso tra paziente e terapeuta: “l’esperienza analitica è co-creata dal paziente e dall’analista in un campo intersoggettivo condiviso.” (Ogden, 1994).
In questa prospettiva, anche le percezioni corporee ed emotive del terapeuta diventano fonti di informazione clinica sulla qualità della relazione e sugli stati affettivi impliciti del paziente. Il movimento tra pensare e sentire non rappresenta quindi un’alternativa tra due modalità opposte di conoscenza, ma un processo di integrazione continua tra comprensione riflessiva ed esperienza vissuta della relazione. È proprio in questa oscillazione tra pensiero e percezione corporea, che il terapeuta può sviluppare una comprensione più ampia e complessa di ciò che accade nel processo terapeutico.

La dimensione preverbale della relazione terapeutica

Una parte rilevante dell’esperienza relazionale si sviluppa a un livello precedente alla parola. Prima ancora che l’esperienza possa essere pensata, nominata o simbolizzata, essa viene vissuta e registrata attraverso il corpo.
La ricerca sullo sviluppo infantile ha mostrato come le prime forme di comunicazione tra il bambino e il caregiver siano costituite principalmente da scambi corporei e affettivi: sguardi, movimenti, variazioni del tono della voce, ritmi respiratori, cambiamenti posturali. In queste interazioni precoci il bambino non apprende attraverso spiegazioni verbali, ma attraverso l’esperienza diretta della relazione.
Daniel Stern ha descritto questi processi come forme di conoscenza relazionale implicita, che si sviluppano nel corso delle prime interazioni e organizzano il modo in cui l’individuo impara progressivamente a stare in relazione con l’altro.
Questa dimensione della comunicazione non scompare con l’acquisizione del linguaggio. Continua a costituire una componente fondamentale delle relazioni umane anche nella vita adulta, accompagnando e modulando costantemente la comunicazione verbale.
Nella relazione terapeutica, il paziente non comunica soltanto attraverso ciò che racconta, ma anche attraverso il modo in cui lo racconta: il ritmo delle parole, le pause, le variazioni emotive, la postura, la qualità del respiro, il modo in cui occupa lo spazio relazionale. Il terapeuta, a sua volta, percepisce e registra questi segnali non soltanto attraverso il pensiero, ma anche attraverso il proprio organismo, che reagisce spesso in modo immediato e pre-riflessivo alla qualità dell’incontro.
La relazione terapeutica può quindi essere concepita come uno spazio in cui si sviluppano due livelli interconnessi di comunicazione: da un lato una comunicazione esplicita, mediata dal linguaggio e dalla narrazione; dall’altro una comunicazione implicita, che si esprime attraverso il corpo, il ritmo dell’interazione e i processi di regolazione affettiva reciproca.
Comprendere ciò che accade nel processo terapeutico richiede quindi la capacità di ascoltare e integrare entrambi questi livelli dell’esperienza, riconoscendo come spesso gli aspetti più profondi ed autentici della relazione, emergano proprio nelle dimensioni implicite e corporee dell’incontro.

Comunicazione implicita e regolazione affettiva

Il fatto che una parte significativa dell’esperienza relazionale si sviluppa a un livello non verbale e implicito è ormai evidente. Le ricerche dell’infant research hanno mostrato come le prime interazioni tra bambino e caregiver siano caratterizzate da complessi processi di sintonizzazione affettiva non verbale, attraverso i quali il bambino e l’adulto coordinano reciprocamente i propri stati emotivi e corporei.
Queste interazioni comprendono diversi livelli di regolazione reciproca, tra cui:
• la coordinazione dei movimenti
• la modulazione del contatto visivo
• l’intonazione della voce
• la sincronizzazione dei ritmi corporei.

Attraverso queste esperienze il bambino sviluppa progressivamente la capacità di riconoscere, modulare e regolare i propri stati emotivi. Allan Schore ha mostrato come questi processi siano strettamente legati allo sviluppo dei sistemi di regolazione affettiva dell’emisfero destro del cervello, che svolge un ruolo fondamentale nella comunicazione emotiva non verbale e nella gestione degli stati affettivi all’interno delle relazioni. Come osserva Schore: “l’emisfero destro è dominante nella regolazione degli stati affettivi nelle relazioni interpersonali.” (Schore, 2003).
Questi sistemi di regolazione non riguardano soltanto le prime fasi dello sviluppo, ma continuano a operare anche nelle relazioni adulte. Anche nella relazione terapeutica, infatti, paziente e terapeuta partecipano a un continuo processo di regolazione affettiva, che si sviluppa in gran parte attraverso segnali impliciti e corporei: il ritmo dell’interazione, la qualità della presenza, la modulazione della voce, le pause, i cambiamenti nello stato emotivo condiviso.
La comprensione di ciò che accade nel processo terapeutico richiede quindi attenzione non solo ai contenuti narrativi dell’esperienza, ma anche ai processi regolativi che si sviluppano nel campo relazionale.

Ritmo, regolazione e sistemi neurofisiologici nella relazione

Le relazioni umane si sviluppano anche attraverso processi di regolazione fisiologica reciproca.
Le neuroscienze contemporanee hanno mostrato come gli organismi umani siano dotati di sistemi neurobiologici che consentono una continua modulazione degli stati di attivazione all’interno delle relazioni. In questo senso, l’esperienza relazionale coinvolge costantemente processi corporei che regolano il livello di sicurezza, attivazione e risposta agli stimoli dell’ambiente.
Stephen Porges, attraverso la teoria polivagale, ha evidenziato come il sistema nervoso autonomo svolga un ruolo centrale nella regolazione degli stati di sicurezza, attivazione e difesa nelle interazioni sociali. Secondo questa prospettiva, la percezione di sicurezza nelle relazioni dipende anche dalla capacità dell’organismo di rilevare segnali corporei che indicano la presenza di un ambiente relazionale sicuro e regolante.
Tra questi segnali possiamo includere:
• il tono della voce
• la qualità dello sguardo
• la postura
• il ritmo dell’interazione.

Questi elementi contribuiscono a creare quello che potremmo definire un clima neurofisiologico della relazione, all’interno del quale gli stati emotivi possono essere modulati e regolati.
Nella relazione terapeutica, tali segnali assumono un ruolo particolarmente significativo. Essi partecipano alla costruzione di un campo relazionale regolante, nel quale il paziente può progressivamente sperimentare modalità diverse di organizzazione dei propri stati emotivi e corporei.
Il terapeuta partecipa a questo processo non soltanto attraverso le proprie interpretazioni, ma anche attraverso la qualità della propria presenza: il modo in cui ascolta, respira, il ritmo con cui risponde, la capacità di mantenere una postura emotiva stabile e accogliente.
La regolazione affettiva nella relazione terapeutica diventa quindi un processo che coinvolge simultaneamente dimensioni psicologiche, corporee e neurofisiologiche.

Il corpo come luogo della memoria relazionale

Il corpo rappresenta uno dei luoghi privilegiati in cui si depositano molte delle esperienze relazionali precoci. Le interazioni emotive vissute nel corso dello sviluppo non vengono registrate esclusivamente sotto forma di ricordi narrativi, ma anche attraverso schemi corporei impliciti che organizzano il modo in cui l’individuo percepisce e regola i propri stati affettivi.
Questi schemi
possono manifestarsi attraverso diversi aspetti dell’organizzazione corporea, tra cui:
• modalità respiratorie
• organizzazione posturale
• tensioni muscolari acute e/o croniche
• pattern di attivazione e inibizione.

Wilhelm Reich fu tra i primi autori a osservare come le difese psicologiche si organizzino parallelamente a configurazioni muscolari croniche, che egli definì corazza caratteriale. Il corpo non rappresenta soltanto un supporto biologico della vita psichica, ma una struttura vivente nella quale si inscrivono le modalità con cui l’individuo ha imparato a difendersi, a volte corazzarsi e ad adattarsi alle proprie esperienze relazionali.
Alexander Lowen, sviluppando l’analisi bioenergetica, approfondì ulteriormente questa prospettiva, sottolineando come la struttura del corpo rifletta la storia emotiva dell’individuo e il modo in cui l’energia vitale viene espressa o trattenuta.
In questa prospettiva, gli schemi corporei non sono semplici caratteristiche fisiche, ma forme di organizzazione dell’esperienza emotiva che si sono sviluppate nel corso della vita come tentativi adattivi di fronte a contesti relazionali percepiti come minacciosi o destabilizzanti.
Nel lavoro terapeutico tali organizzazioni possono emergere attraverso la postura, il tono muscolare, il respiro, il ritmo dell’espressione emotiva e il modo in cui il paziente occupa lo spazio relazionale.

Il corpo e il processo di simbolizzazione

Affinché un’esperienza emotiva possa essere pensata, compresa e integrata nella storia personale dell’individuo, è necessario che essa venga progressivamente simbolizzata.
Molte esperienze emotive precoci, tuttavia, non sono organizzate sotto forma di rappresentazioni mentali o narrazioni coerenti. Esse esistono soprattutto come stati corporei: tensioni diffuse, sensazioni difficili da descrivere, attivazioni fisiologiche, che il soggetto può percepire senza riuscire a dar loro un significato. In questi casi, il corpo rappresenta il primo luogo in cui l’esperienza prende forma. Il lavoro terapeutico può allora essere inteso anche come un processo di trasformazione progressiva di queste esperienze corporee, in esperienze pensabili e condivisibili.
Questo processo non avviene soltanto attraverso l’interpretazione verbale, ma attraverso una serie di passaggi intermedi che si sviluppano all’interno della relazione terapeutica:
• il riconoscimento dell’esperienza emotiva
• la possibilità di tollerarla e regolarla nella relazione
• la progressiva attribuzione di un significato.

La relazione terapeutica diventa così uno spazio in cui il paziente può iniziare a dare forma e senso a stati emotivi che in precedenza esistevano soltanto come sensazioni corporee diffuse o difficili da nominare. In questa prospettiva, il lavoro terapeutico può essere inteso come un processo che accompagna il passaggio dal sentire al pensare, senza perdere il contatto con la dimensione corporea dell’esperienza da cui quei significati hanno origine.

Il controtransfert corporeo

All’interno di questa prospettiva biodinamica, assume particolare importanza la dimensione del controtransfert corporeo. Il terapeuta non percepisce il paziente soltanto attraverso il pensiero e la riflessione clinica, ma anche attraverso il proprio corpo, che partecipa attivamente all’esperienza della relazione terapeutica.
Durante la seduta possono emergere sensazioni corporee specifiche, come tensioni muscolari improvvise, variazioni del ritmo respiratorio, sensazioni di costrizione o di espansione, oppure impulsi relazionali di avvicinamento o di distanza. Queste esperienze non rappresentano semplicemente reazioni personali del terapeuta, ma possono costituire forme di risonanza corporea, che riflettono aspetti impliciti dell’esperienza emotiva del paziente.
In molti casi, infatti, stati affettivi difficili da esprimere verbalmente possono manifestarsi nella relazione terapeutica attraverso modalità corporee e sensoriali che vengono percepite dal terapeuta prima ancora di essere formulate a livello simbolico.
Il corpo del terapeuta diventa uno strumento sensibile di percezione del campo relazionale, capace di registrare variazioni sottili negli stati emotivi e nelle dinamiche dell’incontro.
In questa prospettiva, le percezioni corporee del terapeuta non vengono considerate semplicemente come elementi soggettivi, ma come possibili indicatori della qualità della relazione e dei processi affettivi che si stanno sviluppando nel campo terapeutico.

Il campo terapeutico come sistema dinamico

La relazione terapeutica può essere concepita come un campo interattivo dinamico, all’interno del quale prendono forma i processi emotivi, corporei e simbolici che caratterizzano l’esperienza clinica. In questo campo si incontrano e interagiscono continuamente diversi elementi: la storia relazionale del paziente, con i suoi modelli impliciti di esperienza affettiva; la presenza e la sensibilità del terapeuta; e i processi emotivi che emergono e si trasformano nel corso dell’incontro.
La relazione terapeutica non rappresenta quindi soltanto il contesto in cui avviene il lavoro clinico, ma diventa essa stessa il luogo in cui l’esperienza psichica prende forma e può essere progressivamente rielaborata.
Wilfred Bion descriveva il terapeuta come colui che è in grado di accogliere stati emotivi, ancora non pensabili e di trasformarli, in esperienze progressivamente più tollerabili e rappresentabili.
In questa prospettiva, il terapeuta svolge una funzione di contenimento e trasformazione dell’esperienza emotiva, che permette al paziente di entrare in contatto con aspetti della propria esperienza, che in precedenza risultavano difficili da sostenere o da pensare. Questo processo trasformativo non riguarda soltanto il livello cognitivo o interpretativo, ma coinvolge l’intera esperienza della relazione, includendo la dimensione affettiva, corporea e relazionale dell’incontro terapeutico.
All’interno di questo campo dinamico, pensiero, emozione e percezione corporea diventano quindi elementi interconnessi di un processo attraverso il quale l’esperienza può essere progressivamente riconosciuta, regolata e simbolizzata.

Implicazioni cliniche del continuum penso/sento

Il modello di supervisione biodinamico suggerisce che il terapeuta sviluppi una modalità di ascolto, capace di integrare costantemente pensiero clinico e percezione corporea.
Questo significa riconoscere che la comprensione dell’esperienza del paziente non si costruisce soltanto attraverso l’elaborazione teorica e interpretativa, ma anche attraverso la capacità di percepire ciò che accade nel campo relazionale a un livello più immediato e sensoriale. In questa prospettiva, il lavoro terapeutico richiede una particolare attenzione a diversi aspetti dell’esperienza clinica.
Tra questi possiamo includere:
• una maggiore sensibilità ai segnali non verbali, che emergono nella relazione
• l’attenzione alle proprie risonanze corporee ed emotive durante l’incontro
• la capacità di tollerare stati affettivi complessi, che si sviluppano nel campo relazionale
• la disponibilità a oscillare tra comprensione riflessiva ed esperienza immediata della relazione.

Il terapeuta si muove continuamente tra osservazione e partecipazione, tra riflessione teorica e percezione diretta di ciò che accade nell’incontro con il paziente: un processo dinamico di integrazione tra pensare e sentire, attraverso il quale il terapeuta può accedere a livelli più profondi dell’esperienza relazionale. È proprio in questa oscillazione tra penso e sento, che può emergere una comprensione più ampia e articolata dell’esperienza del paziente e delle dinamiche, che si sviluppano nel processo terapeutico.

Il valore della supervisione clinica

Proprio perché il campo relazionale della psicoterapia è complesso e stratificato, la supervisione rappresenta uno strumento fondamentale per il lavoro clinico.
Nel nostro modello biodinamico, la supervisione diventa uno spazio privilegiato in cui il caso clinico può essere osservato e pensato attraverso diversi livelli di lettura. Il lavoro di supervisione non si limita infatti all’analisi dei contenuti narrativi o delle dinamiche intrapsichiche del paziente, ma include anche l’esplorazione dei processi relazionali e delle risonanze corporee che emergono nel campo terapeutico. In questa prospettiva, il caso clinico può essere considerato da differenti punti di vista, tra cui:
• il livello psicodinamico, che riguarda i conflitti, le difese e le dinamiche intrapsichiche del paziente, oltre ai processi di fantasmatizzazione primaria e secondaria;
• il livello relazionale, che prende in esame le modalità con cui il paziente entra in relazione con il terapeuta;
• il livello corporeo e percettivo, che include le risonanze emotive e corporee che si sviluppano nel campo terapeutico.

Attraverso il lavoro di supervisione, il terapeuta può sviluppare una maggiore consapevolezza della propria presenza nella relazione terapeutica e riconoscere con maggiore precisione i processi affettivi e corporei che attraversano l’incontro clinico. La supervisione in questa ottica diventa così uno spazio di riflessione e di elaborazione che aiuta il terapeuta ad ampliare progressivamente la propria capacità di muoversi nel continuum tra penso e sento, integrando pensiero clinico, percezione corporea ed esperienza relazionale all’interno della comprensione del processo terapeutico.

La funzione trasformativa dell’esperienza relazionale

Uno degli aspetti più significativi della psicoterapia riguarda la possibilità che l’esperienza relazionale stessa diventi un fattore trasformativo.
La tradizione psicoanalitica ha spesso sottolineato il ruolo dell’interpretazione come strumento di cambiamento, mettendo in evidenza come la comprensione dei conflitti inconsci possa favorire nuove modalità di elaborazione dell’esperienza psichica. Tuttavia molti autori contemporanei hanno evidenziato come una parte rilevante della trasformazione terapeutica avvenga anche attraverso nuove esperienze relazionali che si sviluppano all’interno della relazione terapeutica.
Quando il paziente entra in una relazione in cui i propri stati emotivi possono essere riconosciuti, tollerati e progressivamente pensati, si crea la possibilità di sviluppare nuove modalità di organizzazione dell’esperienza. Il terapeuta, in questa prospettiva, non offre soltanto spiegazioni o interpretazioni, ma contribuisce a costruire un contesto relazionale nel quale il paziente può sperimentare forme diverse di regolazione emotiva e di relazione con l’altro. Il percorso della psicoterapia può quindi essere inteso come un processo, che coinvolge simultaneamente diversi livelli dell’esperienza:
• la comprensione cognitiva dei propri vissuti
• la regolazione affettiva all’interno della relazione
• l’esperienza corporea dell’incontro con l’altro.

Il continuum tra penso e sento rappresenta proprio lo spazio in cui questi diversi livelli dell’esperienza possono incontrarsi e trasformarsi, permettendo al paziente di integrare progressivamente pensiero, emozione e corporeità all’interno della propria esperienza di sé e della relazione.

Conclusione

La psicoterapia non è soltanto un processo di comprensione intellettuale dei conflitti psichici. È soprattutto un’esperienza relazionale viva, in cui due organismi si incontrano e si influenzano reciprocamente.
Il modello di supervisione biodinamico propone di osservare la relazione terapeutica come uno spazio in cui pensiero e percezione corporea dialogano continuamente, permettendo di cogliere l’esperienza del paziente nella sua complessità emotiva, relazionale e somatica.
In questa prospettiva, il lavoro terapeutico può essere inteso come un processo in cui pensiero, emozione e corpo vengono progressivamente integrati all’interno dell’esperienza relazionale, permettendo al paziente di sviluppare nuove modalità di comprensione e di organizzazione della propria esperienza.
Nel movimento tra penso e sento, il terapeuta sviluppa una forma di ascolto più ampia e articolata dell’esperienza del paziente. Questo tipo di ascolto non si limita alla dimensione narrativa o simbolica, ma include anche le manifestazioni implicite della relazione: i ritmi dell’interazione, le risonanze corporee, le modulazioni emotive che emergono nel campo terapeutico.
Un ascolto che, in definitiva, non riguarda soltanto ciò che viene espresso attraverso le parole, ma anche ciò che prende forma nel corpo, nel silenzio e nella relazione.

Bibliografia essenziale

• Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando Editore.
• Damasio, A. (1995). L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Milano: Adelphi.
• Lowen, A. (1978). Il linguaggio del corpo. Milano: Feltrinelli.
• Ogden, T. H. (1994). Il terzo analitico. In Rivista di Psicoanalisi, 40.
• Porges, S. W. (2014). La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Roma: Giovanni Fioriti Editore.
• Reich, W. (1973). Analisi del carattere. Milano: SugarCo.
• Schore, A. N. (2008). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Roma: Astrolabio.
• Stern, D. N. (2005). Il momento presente in psicoterapia e nella vita quotidiana. Milano: Raffaello Cortina Editore

(*) Psicologa, psicoterapeuta